L'Universo Sonoro Della Voce

rosamedina Articoli, Canto libero trasformatore

L’UNIVERSO SONORO DELLA VOCE
E LE SUE APPLICAZIONI

Da tempo immemorabile viene riconosciuto alla musica un potere  benefico o nocivo e la facoltà di porsi in relazione con la vita e con la morte, con la gioventù e con la vecchiaia, con la salute e con la malattia. Gli effetti curativi o dannosi della musica sono dovuti soprattutto all’influenza del suono sull’uomo.

Di fatto, molte sono le cosmologie che fanno risalire l’origine del mondo a un suono, e, secondo esse, tutta l’energia dell’universo é originata da questo unico suono che é in continuo stato di trasformazione. Non é difficile immaginare questo suono se pensiamo un attimo al fatto che la terra gira intorno al sole alla velocità di 107.823 Km all’ora, e certamente non lo farà in assoluto silenzio. E così tutti i pianeti e le stelle, insieme ad atomi ed elettroni, avranno pure le loro vibrazioni acustiche.  La musica, da questo punto di vista, rappresenta un microcosmo dell’ordine dell’universo e segue leggi cosmologiche; ed é così che l’hanno intesa musicisti, sciamani, sacerdoti, profeti e filosofi di antiche tradizioni culturali e/o spirituali.  In questo suono originale -che solo pochi saggi o mistici dicono di essere riusciti a sentire- si possono includere tutti gli altri suoni. E forse, amplificando questo concetto, si potrebbe dire che questo suono primordiale é l’insieme di tutti i suoni dell’universo intero, e quindi di tutte le voci della natura, delle persone, degli animali, degli elementi …

Il suono attraverso la voce

L’uomo ha provato sempre a riprodurre questo suono sia attraverso gli strumenti sia con la sua voce. Mediante lo strumento, il suonatore, identificandosi con esso fino a farlo diventare   un prolungamento del suo corpo, trasforma in suono i suoi impulsi psicomotori, liberandoli. E mentre  suonare uno strumento comporta un controllo consapevole del movimento nel tempo e nello spazio e l’obbedienza a certe leggi acustiche, nell’uso della voce il processo avviene diversamente, essendo la voce l’espressione più diretta dell’essenza della persona, e,pertanto, libera da qualsiasi processo razionale.

La voce -che sempre ha avuto un ruolo importante nei riti di guarigione- rappresenta il vero sé, quello che collega, insieme al respiro, la nostra interiorità con tutto quanto c’é fuori. La voce é il primo e il più naturale degli strumenti: esprime l’originalità di ogni essere come lo fanno le impronte digitali.

Hazrat Inayat Khan, un maestro sufi e grande musicista indiano di principio di secolo, nel suo libro “Il misticismo del suono” dice che la musica vocale é considerata in Oriente la più elevata, poiché, in quanto espressione non mediata, é la più naturale. Per quanto gli accordi suonati in uno strumento siano perfetti, non potranno mai fare sull’ascoltatore la stessa impressione della voce, che, accompagnandosi al respiro ne mantiene le stesse funzioni vitali.   La voce ha tutto il magnetismo di cui manca uno strumento, poiché essa é lo strumento primordiale  della natura sul quale tutti gli altri strumenti del mondo sono modellati. Anche se essa é portata alla superficie con l’ausilio  degli organi vocali del corpo ed é collegata all’architettura profonda e composita della mente, ricca di strati e sfumature, la voce non solo mantiene la sua purezza ma é lo strumento più adeguato per esprimere tanta complessità.

Alfred Wolfsohn, nato a Berlino nel 1896, e maestro del celebre attore inglese Roy Hart, sviluppò una teoria sulla voce umana degna di  essere presa in considerazione perché é stata un enorme contributo all’uso della voce nella psicoterapia.

Sopravissuto alla guerra con uno shok traumatico, lui perse la memoria dopo essere stato diversi giorni mezzo sepolto tra i corpi di soldati che morivano. Nel  periodo successivo, mentre lavorava per recuperare il suo equilibrio, sviluppò una teoria propria e completamente nuova -all’epoca- sulla voce umana. I suoni e le urla che aveva sentito emettere dai soldati quando morivano,  suoni che andavano al di là di un registro e volume normale, egli provò a sperimentarli con la  propria voce, scoprendone così i profondi e veri limiti. Volle prendere lezioni di canto, ma nessuno dei suoi insegnanti poteva seguirlo nella sua ricerca di un suono che riuscisse a fare nuovi alti e bassi, raggiungendo le soglie emozionali che lui aveva sperimentato. Egli arrivò alla conclusione che la voce e l’anima erano indissolubilmente unite e che le limitazioni della voce riflettevano quelle dell’anima, ma anche che la voce era un mezzo per raggiungere la guarigione dell’intangibile anima umana.

Wolfsohn scoprì che la voce umana non é uno strumento di espressione limitato a un registro di due o tre ottave.  Dimostrò che la voce di ogni uomo e donna é capace di esprimere più di nove ottave e che la libertà di espressione della voce di un bambino é molto più estesa di quella dell’adulto. Secondo lui non esiste una voce di uomo o di donna ma la voce; e per questo un basso profondo può cantare suoni di tenore o anche di soprano e viceversa. Wolfsohn sostenne che ogni persona, non importa quanto sia intonata o stonata, può imparare a cantare se cerca dentro di sé la propria voce. Di fatto ancora oggi qualche discepolo del suo metodo, -come lo psicoterapeuta Derek Gale-, racconta  che essendo completamente stonato all’inizio del suo percorso di lavoro, con il metodo Wolfsonh, é riuscito  ad avere non solo un profondo beneficio nella sua personalità, ma anche a sviluppare una potente e bella voce, che copre facilmente sei ottave, insieme a un grande ventaglio di suoni umani e di animali oltre che meccanici; e questo senza che lui fosse interessato a diventare cantante, giacché  la motivazione della sua ricerca era soltanto cercare  soluzioni  per la sua vita.

Wolfsohn insegnò ai suoi discepoli come avere accesso alla loro voce attraverso un lavoro disciplinato, orientato a liberare il potere della voce che resta latente in ogni adulto. Facendo questo egli scoprì che la voce e la psiche erano strettamente legate e che il suo metodo di lavoro con la voce  era un potente strumento di psicoterapia. La voce non é il risultato, quindi, di un particolare organo del corpo, come la laringe o il diaframma, ma l’espressione della personalità dell’essere umano. Egli, in conclusione, disse: “Quando io parlo di cantare, non considero questo come degli esercizi artistici, ma come una possibilità e un mezzo per conoscere sé stesso”.

Nella mia esperienza, prima di musicista, successivamente di psicologa e psicoterapeuta e infine di musicoterapeuta, ho potuto verificare queste stesse semplici verità. Dapprima in un percorso solitario -questa é stata la parte più lunga- e poi attraverso un lavoro guidato.

L’inizio delle mie esperienze con la voce

Quando ho cominciato ad ascoltare la mia voce -in età adulta- ero in un periodo di  crisi esistenziale, non sapevo bene come esprimermi con parole, sentivo un nodo nella gola, il petto stretto e la mente confusa al massimo.

Ero sola e mi misi a parlare senza dire niente di concreto, utilizzando un alfabeto inintelligibile. Dopo é venuta spontaneamente la parola inarticolata e intonata. Via via ho aggiunto il suono e mi sono trovata a cantare strane melodie. La cosa più sconvolgente era che, senza dire né cantare niente in concreto, sembrava che il nodo si sciogliesse attraversando un ventaglio di forti e dirette emozioni che sorgevano all’unisono da quella strana melodia…La canzone diventava gemito, il gemito si trasformava in riso, cantando, dal riso nasceva il pianto, che si tramutava a sua volta in un suono grave, profondo, interno che mi cullava e mi lasciava tranquilla e in pace.

Queste sono state le origini del mio lavoro terapeutico con la voce o, se si vuole,  con il suono.

Successivamente ho cominciato timidamente ad applicare in terapia quello che avevo scoperto valido per me, osservando con mia grande sorpresa che non solo era utile per il movimento di energia che il paziente apprezzava immediatamente, non solo per la scarica di tensione dovuta al contenimento di emozioni represse, ma anche, soprattutto, perché sembrava che saltava barriere di resistenza  più facilmente, quasi senza rendersene conto. Per dire in un altro modo, sembrava che  andasse direttamente al nucleo dell’esperienza senza passare attraverso le razionalizzazioni della mente, che spesso ci distraggono e ingannano. Naturalmente, dopo, veniva proposto un lavoro di integrazione con l’intenzione di digerire tutta quella trama di suoni, canti, melodie, mantra improvvisati… la quale, in conclusione, apparteneva alla voce, la voce interiore o l’anima vibrante.

Son già passati alcuni anni da queste prime esperienze. Le applicazioni sono state diverse, da esercizi puntuali realizzati in qualche gruppo di comunicazione e crescita personale fino a lavori intensivi di fine-settimana sul tema della “ricerca della nostra voce originale” o “ascoltando al di là della nostra voce”.

Cosa significa ascoltare al di là della nostra voce

Ascoltare al di là della nostra voce significa addentrarsi nella parte più recondita della nostra interiorità, passando per la storia personale di tutti i nostri suoni, dal presente al passato. Suoni che cantano episodi della nostra vita carica di tante esperienze differenti con distinte tonalità e intensità, timbri e chiavi. Suoni che danno voce a queste esperienze, mobilizzano l’energia concentrata in esse e le trasformano.

Forse con un piccolo esercizio che proporrò possiamo capire meglio di che si tratta.

Lasciamo che appaia nella nostra coscienza un episodio della nostra vita…Probabilmente gli abbiamo già assegnato una connotazione positiva o negativa ed é probabile che la mente lo abbia già catalogato in qualche modo. Possiamo rivederlo in tutti i suoi dettagli…Sicuramente possiamo sentire in che modo quella situazione ci ha toccato. É probabile che quel ricordo sia già molto vivido nella nostra esperienza presente, come se stesse succedendo di nuovo…A questo punto aggiungiamo un nuovo e forse insolito elemento: il suono. Ci chiediamo, quindi, quale suono ha questo episodio della nostra vita, come suona, come canta… Possiamo immaginarci un suono però cantarlo ci porterà senza dubbio ad una nuova configurazione dell’esperienza. É possibile che sorgano sentimenti ed emozioni che nemmeno sospettavamo o, forse, anche se lo intuivamo, non sapevamo che avessero tanta forza. Il canto di questa situazione può fare in modo che la scopriamo in un modo distinto, che la ricollochiamo nel nostro vissuto e che la consideriamo diversamente, essendo cambiato il punto di vista.

Cantare una situazione o una esperienza non é la stessa cosa che raccontarla. Cantare ciò che abbiamo vissuto o viviamo nel presente ci mette in contatto con una visione globale dell’esperienza  dando voce a uno o più  sentimenti, sensazioni ed emozioni. Ed é molto possibile che l’energia che il canto muove nel nostro essere cambi anche l’esperienza  interna di quella situazione, dandole un  valore distinto. Se questa esperienza fosse un episodio doloroso della nostra vita potremmo dire che il cantarlo ci potrebbe guarire la ferita, o per lo meno ci darebbe un balsamo che ce la farebbe integrare nella nostra coscienza senza “pus”. Un poeta disse: ” é buio ma canto  perché il mattino arriverà”, cantare l’oscurità per liberarci da energie dense, ci permette il viaggio verso un mattino più chiaro e luminoso.

E senza andare troppo indietro nella storia personale, cantare ciò che sentiamo nella quotidianità, ciò che ci passa, é una della migliori terapie per ritrovare il proprio centro, in modo che i sentimenti negativi cantati lascino lo spazio a emozioni più serene, e in modo che sentimenti di euforia o allegria nell’essere cantati possano anche convertirsi in una corrente interna di benessere.

Per cantare o esprimere con la voce tutti questi suoni non c’é bisogno di avere un buon orecchio musicale. Perché stiamo parlando di suoni essenziali, puri e genuini, affinati o dissonanti, dove ciò che importa é la connessione con l’interiorità, in modo che con il canto venga fuori ciò che é dentro. E non sarebbe strano -come mi é successo più di una volta- che una persona che si autodefinisce “stonata” e che “non sa cantare” finisca cantando le sue esperienze in modo commovente e persino artistico, e sempre in maniera più accordata. Nella persona che non canta c’é una paura a cantare che viene da blocchi infantili, messaggi di disistima e una considerazione eccessivamente elevata di ciò che é “cantare bene”. Questa paura a volte si blocca se si accetta il proprio canto come il migliore canto possibile per esprimere la propra interiorità.

Se si lavora per la catarsi interiore, non c’é dubbio che i suoni improvvisati non solo sono strumento di purificazione ma possono trasportare a differenti livelli di coscienza alterando il punto di percezione ordinaria e ampliando la nostra capacità di visione e di comprensione. Di fatto ascoltare al di là della nostra voce facilita il contatto con una parte essenziale del nostro essere, per cui il suono che produciamo spontaneamente si confonde con gli altri suoni dell’universo. In questo modo la nostra voce che canta perde i confini dell’ “ego” e si diluisce in una vibrazione cosmica.

Così, il canto che sorge dalle nostre radici più arcaiche ci fa partecipi della grande sinfonia della creazione, insieme con il vento, il fuoco, la pioggia, gli alberi, gli animali, il mare e le pietre… e ci potrebbe -secondo alcuni- trasportare  all’origine di tutti i suoni, nell’unica vibrazione da cui tutto nasce, all’inizio in cui tutto era musica.

Suggerimenti per un lavoro terapeutico con la voce

Il canto improvvisato é, dunque, nella mia esperienza uno dei migliori strumenti per sciogliere i nodi energetici. All’inizio c’é bisogno di una fase di riscaldamento che inizia prendendo contatto con il suono del proprio respiro, passando lentamente ad emettere suoni spontanei di lunga durata. In questo modo suono e respiro cominciano a unirsi in modo tale che la voce rappresenti l’espressione della interiorità e della esteriorità contemporaneamente, essendo il risultato dell’energia interna in contatto con quella esterna, che arriva attraverso l’aria.

Successivamente si possono proporre esercizi di esplorazione della voce, provando ad articolare parole senza senso, suoni strani, suoni di animali, balbettii, gemiti, suoni gutturali, mormorii, sussurri, onomatopee, grida, suoni ritmati, improvvisazioni melodiche, ecc. Giunge così  il momento di sperimentare le diverse posizioni della lingua, del palato, delle labbra, della mandibola, della gola… e questo permette di ottenere un ventaglio di suoni differenti che animano un vastissimo universo sonoro. Allo stesso tempo se l’emissione sonora viene fatta  col corpo immobile o col corpo in movimento, si esperimenteranno ancora più possibilità di suoni diversi, e quindi, di sensazioni nuove.

Tutta questa esplorazione vocalico-sonora comincia a muovere l’energia interna, perché il corpo si esprime insieme con il movimento e la voce, svegliando una infinità di sensazioni e sentimenti. É probabile a questo punto che si possano verificare  improvvisamente esplosioni catartiche di emozioni più o meno forti, che erano in stato latenti e, quindi, inespresse. Pertanto é importante non abbandonare l’esperienza come se già fosse arrivata al punto cruciale. Di fatto questa fase é molto delicata e allo stesso tempo di grande valore terapeutico giacché permette spesso l’integrazione e il riequilibrio delle parti dolenti. Per questo conviene che il musicoterapeuta accompagni il suo paziente con il suo suono, avvicinandosi con la sua propria voce e il proprio canto, provando a riprodurre i suoni e le voci che il paziente sta sperimentando. In questo senso é necessario un accompagnamento quasi sciamanico,  lavorando con le nude emozioni, senza che si possa sapere razionalmente ciò che sta succedendo, lasciandosi quindi condurre dalla parte intuitiva del nostro essere, quella parte saggia che spesso per paura non ci permettiamo di lasciar fluire. Ma é proprio questa parte legata all’intuizione quella che realmente può aiutare la persona che sta lavorando a ricomporre le lacerazioni del tessuto emotivo della sua vita.

Il terapeuta canta con il suo paziente, canta il suo dolore, la sua rabbia, la sua paura o la sua tenerezza, perché é qualcosa che egli stesso conosce, e da questo canto a due voci il paziente può saltare le barriere che lo attanagliavano e gli impedivano l’espressione e può prendere contatto con la pura emozione. Può essere che un canto di rabbia si trasformi in uno di toni tristi o che forse dopo sbocchi in una canzone infantile, o non si sa che…Non importa. Non importa che questo canto abbia un senso o un valore musicale, l’essenziale é che esprima  il vissuto reale, che manifesti  una unità sonora di sentimenti ed emozioni.

Sicuramente, dopo, sarà importante lasciare un momento per la rielaborazione dell’esperienza, che permetta di risituare tutto il vissuto nel presente.

Alcuni campi di applicazione nell’uso della voce

Negli ultimi decenni il lavoro con la voce é stato assorbito e integrato da  molteplici approcci psicoterapeutici, soprattutto quelli che si orientano più specificamente al lavoro col corpo, le emozioni e le energie, come la psicoterapia della Gestalt, la Bioenergetica, la danzaterapia, lo psicodramma e in genere tutti quegli approcci che poi ispirano i laboratori di arte-terapia o di tecniche espressive.

Anche se il mio lavoro con la voce finora si é più rivolto -in ambito psicoterapeutico- a pazienti di una certa “normalità”- si fa per dire- e anche ai gruppi di crescita personale, si conferma sempre di più l’utilità di quest’approccio nel campo delle malattie psichiche di grave entità.  Si sa quanto la malattia può alterare la voce, modificarne il timbro, eliminare le modulazioni: voce velata, spezzata dell’ansia, voce atimbrica dello schizofrenico… Per questo aiutare questi malati a “ritrovare la voce” é aiutarli nella ricostruzione della loro personalità. Il ruolo del musicoterapeuta con questo tipo di pazienti sarà molto attivo e creativo, rivolto ad accompagnare il paziente, ripetendo i suoni spontanei che egli emette, e via via portandolo ad arricchire il suo bagaglio sonoro e vocalico.

Sia che si tratti di bambini o di adulti, lo psicoterapeuta seguirà il loro percorso di voce al fine  di stabilire il contatto. A volte può valersi di qualche strumento musicale per potenziare il ritmo delle parole, ma lo farà senza dimenticarsi che lo strumento non deve mai nascondere la fonte sonora diretta, cioé il suono della propria voce. In questo senso é importante ricordare che il musicoterapeuta deve essere un grande ascoltatore per poter essere in grado di entrare in contatto al minimo indizio di partecipazione sonora svolta dal suo paziente.

 Oltre a tutto quanto detto, c’é un campo dove il lavoro con la voce é interessante coltivare, cioé l’ambito educativo, dalla scuola materna in poi. Anche se cantare é qualcosa che si é sempre fatto soprattutto nella scuola materna, io sottolinerei l’applicazione della voce per sviluppare le capacità espressive, creative e comunicative dei bambini nel loro processo di crescita.

I bambini per la loro naturale plasticità sono capaci di improvvisare suoni di qualsiasi natura. Non si spaventano se  proponiamo loro di riprodurre il suono che fa il sole,  le stelle o il fuoco, le onde del mare, la pioggia o la notte. Loro esprimono questi suoni astratti che cercano senza tanti problemi dentro di sé, e ,quindi, in questo senso é dare loro l’opportunità di esprimere una parte di sé stessi. I modi di fare sono tanti, basta avere un poco d’immaginazione e offrire gli spazi adeguati per creare le proprie canzoni, improvvisare melodie per le poesie fatte in classe, raccontare qualcosa vissuta cantando, fare dialoghi cantando, giochi ritmici di voce… e infine tante altre proposte que risultano dal collegare la voce con altre tecniche espressive, quali la pittura, la danza, l’espressione corporea, gli strumenti musicali… ecc.

Alcune Conclusioni

Come abbiamo visto, benché appartenga al campo della musica, la voce merita un posto a parte. É l’unica espressione musicale in cui il corpo dell’esecutore é al tempo stesso il suo strumento, e per questo ha un impatto terapeutico più forte.

A livello psicologico l’uso della voce sviluppa la fiducia in se stessi, consentendo il rafforzamento dell’Io e,quindi, dell’autostima, la quale si manifesterà in un aumento del volume sonoro della espressione verbale. É anche un modo per prendere possesso dello spazio sonoro che ci circonda, cioé di riprendere il proprio posto. L’uso della voce, infine, oltre ad essere una scuola di conoscenza di sé, in quanto ci fa raggiungere un benessere fisico e psichico, é un euforizzante naturale a portata di mano.

-Rosa Medina

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